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we just can’t choose our birthplace.

14
Feb

Da Montecristo a Marco Polo

Posted by staff on February 14, 2009 at 6:58 am

Leggo spesso “Italians” di Severgnini, ed ogni volta, al termine dell’articolo mi accorgo di quanto vorrei avere solo un briciolo della sua capacità di trasformare ciò che osserva in parole. Per questo posso usarne due che qui proprio ci stanno, anche a nome di tutti gli altri “italians” come me. Grazie Beppe! sei un grande.

Beppe Severgnini,
A Copenhagen c’era una ragazza di Ostia che insegnava danza del ventre, ma è meglio partire dall’inizio.

“Fuga dei cervelli” è un termine che detesto. Gli italiani nascondono il proprio genio in parti diverse del corpo (vedi sopra), e spesso i “cervelli” hanno il mal di fegato: una contraddizione insanabile. Chiamiamola, invece, “seconda emigrazione”: da un Erasmus al dirigente d’una multinazionale, passando per commercianti, medici, cuochi, mamme, avvocati e ricercatrici. La prima emigrazione - quella che partiva per necessità - aveva come simbolo la valigia di cartone. La seconda potrebbe scegliere il trolley, con cui caracolla negli aeroporti del mondo.

Alla Generazione Italians ho dedicato un forum (questo, dal 1998), una rubrica (sul “Corriere”, dal 2001), un libro (2008) e 89 pizze (la prima a Londra nel 1999, l’ultima ad Amburgo giovedì, la prossima a Bucarest l’8 marzo). Nei giorni scorsi - come a Basilea, Copenhagen e Berlino forse ricordano - ho provato a catalogare questa diaspora. Gli Italians si dividono in sette categorie.

MONTECRISTO, il fuggitivo. Scappa da imbarazzanti pratiche italiane: nell’amministrazione, tra aziende, nell’università e nelle professioni. Il presidente della Corte dei Conti, ieri: “L’Italia è agli ultimi posti nelle classifiche internazionali sulla lotta alla corruzione”. Molti connazionali se n’erano già accorti, e hanno alzato i tacchi.

ROBINSON, il naufrago. Scappa per scappare, cerca avventure e trova spesso guai. Alcuni esemplari si ritrovano nel film “Italians”, cui ho solo prestato il nome (i miei lettori non trasportano Ferrari rubate nel deserto arabico, o almeno non me l’hanno mai detto).

ULISSE, l’innamorato. Le sirene cantano, e gli italiani rispondono. Le coppie miste sono uno dei macrofenomeni inesplorati di questi anni. Di solito, l’italiano è lui. Solo nel mondo angloamericano, tedesco e scandinavo c’è equilibrio. Steve, Stephan e Sven caricano la lavapiatti e cambiano il pupo: alle italiane, giustamente, piace.

SCHWEIZER, l’altruista. Volontari e cooperatori, missionari e forze di pace: ne ho trovati a Beirut e a Kabul, a Nairobi e a Manila. Intuitivi ed elastici, s’adattano alle imperfezioni del mondo: successo assicurato.

CONRAD, l’esploratore/colonizzatore. S’insedia, s’espande e recluta. Per questo UC Berkeley e Cisco Systems, in California, sono pieni di ingegneri, fisici e informatici italiani. Il lato oscuro è il KURTZ. Ricordate “Cuore di tenebra” e “Apocalypse now”? Isolato, circondato di fedeli, l’uomo si crede un semidio. Consolati remoti, rappresentanze periferiche: attenzione!

MARCOPOLO, l’avventuroso. Curioso, va per capire, imparare, migliorare, divertirsi. Non smania di tornare, ma non lo esclude. Non suscita preoccupazione, ma un po’ d’invidia.

Cos’hanno in comune questi nomadi? Semplice: hanno patria. L’amarezza che provano davanti a tante vicende italiane è una prova d’amore. Se del Paese non gl’importasse niente, non s’arrabbierebbero tanto.

(dal “Corriere della Sera”, 12 febbraio 2009)

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